Non possiamo impedire a Teheran di issare un’altra forca. Possiamo, però, smettere di voltarci dall’altra parte mentre lo fa. È la differenza minima, ma non trascurabile, tra essere spettatori inconsapevoli di un teatro dell’orrore e diventarne, senza volerlo, il pubblico complice di cui quel teatro ha bisogno per funzionare. Il commento di Alberto Pagani, docente a contratto di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna — Esperto di Intelligence e Guerra Cognitiva
C’è una fotografia che l’Italia porta scolpita nella memoria collettiva, anche quando finge di non ricordarla: i corpi dei giovani partigiani esposti nelle piazze dai repubblichini di Salò, le esecuzioni pubbliche pensate non per fare giustizia ma per insegnare al resto della popolazione cosa accade a chi si ribella. Non era un effetto collaterale della repressione: era il messaggio stesso. Il potere agonizzante della Repubblica Sociale, consapevole della propria illegittimità e della propria fine imminente, non poteva più contare sul consenso: poteva solo esibire la morte, sperando che il terrore facesse il lavoro che la legittimità non riusciva più a fare.
Non era violenza applicata in segreto, nei sotterranei delle caserme: era violenza mostrata deliberatamente, lasciata sui pali o appesa ai balconi per giorni, perché ogni passante capisse. Più il fronte arretrava e la sconfitta militare si avvicinava, più quella violenza si faceva plateale, quasi liturgica — l’ultima forma di autorità rimasta a un potere che aveva già perso tutto il resto: il territorio, gli alleati, il futuro. È una costante che la storia della repressione politica ripropone con desolante regolarità: quando un regime non può più contare sul consenso, sostituisce la persuasione con lo spettacolo del castigo.







