È il silenzio dei complici, quello di una sinistra italiana che, all’indomani dell’operazione Rising Lion lanciata da Israele contro obiettivi iraniani, ha indossato l’elmetto della “condanna selettiva”. Anzi, non ha mai smesso. Già dal 7 ottobre in avanti, da quando cioè non ha mai mancato di dipingere Netanyahu come Belzebù, di agitare striscioni fanatici in piazza e di sfoggiare post lacrimogeni su Instagram. Un coro stonato, ma unito, nella sua incontenibile verbosità. Poi però, quando si tratta di alzare lo sguardo sul “paradiso” che Hamas ha creato nella Striscia di Gaza, o su ciò che gli ayatollah hanno costruito in decenni di terrore teocratico in Iran, all'improvviso diventano tutti vittime di laringite ideologica.
Intrisi di un anti-occidentalismo nevrotico e autolesionista, i progressisti tendono la mano ad un Paese che ci odia perché, secondo loro, ha ragione di farlo. E allora dovrebbe avere ragioni anche per pestare a morte Mahsa Amini, 22 anni, che nel settembre 2022 è stata massacrata dalla polizia morale per un velo “mal indossato”. O per reprimere l’ondata di proteste senza precedenti che be ha fatto seguito usando il piombo (oltre 550 manifestanti sono stati uccisi, tra cui 68 minorenni, più di 19mila persone arrestate). O per scegliere di punire un’intera generazione per aver invocato quelle libertà che i comunisti à la page ritengono ormai superflue.












