Gentile direttore, sottostare e riconoscere le leggi italiane significa riconoscere l'Italia e volersi integrare, cosa che gli islamici non accettano, rimanendo chiusi nella loro cultura patriarcale. È una questione di potere ferreamente sostenuta, sacrificando la donna. Da secoli è una cultura repressiva che tenacemente resiste. La donna soltanto potrebbe rivoluzionare la situazione, non accettando più la sottomissione, ma quando mai succederà?! A.V.

La risposta del direttore del Gazzettino Roberto Papetti Cara lettrice, la gestione dei flussi migratori e l'integrazione di uomini e donne provenienti da mondi, culture e religioni lontane e diversa dalla nostra, è uno dei temi cruciali del nostro presente e soprattutto del nostro futuro. Avrebbe dovuto e dovrebbe essere affrontato con realismo e lungimiranza. Purtroppo invece il dibattito politico intorno a queste fondamentali questioni è sempre più condizionato delle posizioni estreme. Da una parte ci sono coloro che auspicano le porte aperte sempre e comunque per tutti e che ritengono che ogni ostacolo, ogni filtro, ogni forma di (legittima) dissuasione e regolazione all'ingresso nel nostro Paese di cittadini stranieri sia una forma di repressione o una dimostrazione di colpevole mancanza di solidarietà.Dall'altro ci sono coloro che sventolano parole d'ordine come la remigrazione, illudendo gli elettori che sia possibile fissare delle soglie massime (calcolate non si sa bene in base a quali criteri) di presenza di stranieri nelle nostre comunità e riportare a forza nei loro paesi decine di migliaia di uomini, donne e bambini, risolvendo in questo modo i molti problemi legati all'integrazione o alla criminalità. Un'illusione prima che una bugia. Nella realtà è inutile illudersi di riportare indietro le lancette della storia: i fenomeni migratori, per ragioni economiche, sociali e anche climatiche, sono un fenomeno ineluttabile.Non possono essere arrestati o azzerati. Ma vanno certamente gestiti e regolati. Certamente in base alle nostre capacità di accoglienza, che non sono infinite, e alle esigenze della nostre economie, perché senza lavoro non ci può essere nessun tipo di integrazione e fare entrare nel nostro Paese sicuri disoccupati significa fornire manovalanza alla criminalità organizzata. Soprattutto però dovremmo avere chiaro il tipo di società che vogliamo costruire per il nostro futuro e fare le scelte conseguenti. Vogliamo una società multietnica o una società multiculturale?Non è una differenza semantica o filosofica, ma sostanziale. Significa scegliere tra due prospettive di comunità: quello di una società apparentemente aperta e libera ma in realtà "separata" al suo interno e divisa in culture diverse, potenzialmente in conflitto tra di loro e una società dove invece convivono persone provenienti da mondi e culture diversi, ma che accettano e condividono tutte un comune sistema di valori e principi individuali e collettivi. Non so se per inerzia, scarsa consapevolezza o deriva ideologica, ma la strada su cui ci siamo incamminati è quella, perdente e sbagliata, della multiculturalità. Un modello che ha già fallito in altri paesi. Siamo ancora in tempo a rimediare. Ma non c'è più molto tempo da perdere.