di

Paolo Condò

Il problema al momento è più per Malagò che prendendo Roberto ha spostato in avanti il limite della decenza

L’uscita dal labirinto azzurro era accanto all’entrata, ingenui noi che abbiamo seguito l’intero percorso srotolando un filo logico che si è ingarbugliato ogni giorno di più fino a immobilizzare tutti.

Tranne Giovanni Malagò, che sapeva dal primo giorno dove voleva arrivare, e alla fine ci è arrivato piantando la bandierina di Mancini c.t. Occorre qui un esercizio di coerenza: siccome siamo fra i pochi a non aver considerato l’indicazione di Maldini per Pirlo come un peccato di amicizia, ma una manifestazione di stima molto discutibile ma sincera, usiamo lo stesso metro per giudicare il rapporto Malagò-Mancini. Non pensiamo che il presidente l’abbia scelto per ringraziarlo degli assist — i piedi di Roberto sono fatati anche passati i 60 — con i quali l’Aniene vince i tornei di calcetto dei circoli romani; pensiamo che l’indicazione nasca da una stima tecnica che è molto meno discutibile dell’altra, perché Mancini è un ottimo allenatore. Il problema è che Malagò, richiamandolo in Nazionale, ha spostato in avanti il limite della decenza: da oggi puoi abbandonare l’Italia 27 giorni prima di gare che contano per andare a prendere un ingaggio fiabesco in Arabia Saudita — 50 milioni il totale fra compenso e buonuscita — e tornare a Coverciano come se nulla fosse. Intendiamoci: non facciamo i moralisti con i soldi degli altri, l’offerta saudita era oggettivamente enorme, non critichiamo Mancini per averla accettata. Quello che ci resta inconcepibile è come si possa pretendere di tornare sulla panchina tradita una volta che la vita di Riad ti è venuta a noia, perché già al momento di sostituire Spalletti, poco più di un anno fa, Mancini si era riproposto in tutti i modi a Gravina, venendone stoppato anche per l’intervento di Buffon, identico in questo a Maldini, e non è certo casuale il comune sentire di due monumenti della storia azzurra.