Leggendo un po’ in filigrana i 54 minuti di intervento di Meloni, si intuisce tutto il tormento di queste due settimane della premier, dalla scossa del Referendum perso in avanti. Un tormento psicologico, prima ancora che politico, al quale comunque la leader di Fdi ha reagito nell’unico modo che conosce: accettando la sfida e rilanciando, mostrando i muscoli, qualche volta i denti, qualche altra il sorriso beffardo. Perché alla fine questa è “la Meloni” (autodefinizione): una che non molla, che tiene duro, che va avanti nonostante tutto e tutti.

Nonostante anche, questo il messaggio in codice, tutti quelli che intorno a lei le consigliavano la via più breve e forse più semplice: andare alle urne, giocare in contropiede, limitare i danni e le perdite che inevitabilmente ci sarebbero state. Un rituale da Prima Repubblica, ma quando i contesti politici e geopolitici erano differenti. E comunque un rituale che non si addice a Giorgia Meloni, leader, donna, che ha costruito la sua reputazione su altro: sull’essere una tipa “tosta”, quella che cita quel vecchio adagio secondo cui «è impossibile disse l’orgoglio, è rischioso disse la ragione, è inutile disse l’esperienza. E allora proviamoci, disse il cuore». Rinunciare a tutto questo, nonostante la sconfitta subita, il colpo psicologico, la malcelata rabbia di essersi infilata da sola in un cul de sac con il Referendum, l’ira per i comportamenti di alcuni elementi della sua compagine di governo (e la preoccupazione per possibili nuovi sviluppi, giudiziari o para-giudiziari), avrebbe significato per Meloni lasciare indietro un pezzo di sè, della sua identità.