C’è una battuta che conclude ‘Odissey’, vero e proprio fenomeno cinematografico di questa strana estate. Ulisse è tornato a Itaca, si è ripreso il suo ma, dopo avere incoronato il figlio Telemaco, decide subito di ripartire insieme alla moglie Penelope verso l’orizzonte che insegue il sole. Dice l’eroe: ‘Perché avranno solo i canti per ricordare chi di noi sapeva scrivere’.
Sapremo ancora scrivere nel futuro? Domanda paradossale nell’epoca in cui ognuno di noi ha letteralmente in mano tutti i giorni gli strumenti di comunicazione più potenti e veloci che la storia dell’uomo ricordi. Cosa intende dunque Ulisse? Probabilmente questo: la sovrabbondanza di informazioni non crea per forza un significato ma per salvare una storia occorre raccoglierla, darle un senso, tramandarla. In questa ipotesi cerco di far starci anche la vicenda plurisecolare e parallela di una città, in questo caso Rimini, e di un giornale, segnatamente Il Resto del Carlino.
Come si concilia la cronaca con la storia? Come stanno sulla stessa riga l’apparente immutabilità del racconto giornalistico (sfogliando le collezioni del quotidiano si ha spesso l’impressione che gli argomenti e i problemi siano sempre gli stessi) con l’evoluzione di una società che, in un arco temporale tutto sommato breve, è passata dalla completa distruzione al ruolo di leader del turismo italiano e non solo? Azzardo una risposta: perché tutto sommato, magari anche in maniera inconsapevole, Rimini è stata capace di comunicare un significato, una relazione profonda, una connessione sincera con le persone che ne ha permesso di distinguerne nel tempo la voce e ‘il canto’ in mezzo a milioni di altri.















