Per ridurre la dipendenza da Cina e altri fornitori di materie prime critiche, l’Europa dovrà decuplicare gli investimenti nell’esplorazione mineraria. Secondo un nuovo rapporto della Banca europea per gli investimenti (Bei), serviranno circa 2 miliardi di euro all’anno nei prossimi cinque anni, dieci volte gli investimenti attuali, per individuare nuove risorse minerarie e raggiungere gli obiettivi fissati dal Critical Raw Materials Act.
L’analisi, intitolata Challenges and Solutions for Mineral Exploration in Europe, accende i riflettori su un anello della filiera spesso trascurato ma decisivo per la competitività europea. Prima di estrarre litio, rame, terre rare, nichel o grafite è infatti necessario individuarne la presenza nel sottosuolo e verificarne la sostenibilità tecnica ed economica. È proprio questa fase, l’esplorazione mineraria, a rappresentare oggi il principale punto debole dell’Europa. I numeri fotografano con chiarezza il ritardo europeo.
Investimenti annui nell'esplorazione per area geografica
Nel 2024 l’Unione ha rappresentato appena il 3% del budget mondiale destinato all’esplorazione, contro il 20% del Canada e il 16% dell’Australia. Anche gli investimenti per abitante e per superficie risultano da sei a sette volte inferiori rispetto ai principali Paesi minerari, nonostante alcuni casi virtuosi come Finlandia e Svezia dimostrino che recuperare terreno è possibile. Secondo la Bei, il ritardo non dipende soltanto dalla scarsità di capitali. A frenare gli investimenti concorrono procedure autorizzative che possono richiedere da due a sette anni, regole diverse tra gli Stati membri, servizi geologici spesso sottodimensionati e la mancanza di strumenti finanziari adeguati a sostenere un'attività ad altissimo rischio.







