A caccia di materie prime in giro per il mondo.
La nuova corsa globale all’oro è lanciata, e l’Europa scopre le proprie carte con un occhio alla reindustrializzazione del continente. L’obiettivo è duplice: da una parte rilanciare la filiera dei minerali critici per diventare più autosufficienti su estrazione (quindi con l’apertura di nuove miniere), trasformazione, riciclo e sostituzione, e dall’altra affidarsi a una pluralità di (affidabili) fornitori esteri in modo da non dipendere troppo da un singolo Paese.
La Commissione ha selezionato 60 progetti strategici che - affermano a Bruxelles - «contribuiranno alla competitività delle imprese Ue» e agli obiettivi di decarbonizzazione e di crescita digitale. Ciò vale, in particolare, per la mobilità elettrica, con le componenti indispensabili per le batterie delle e-car, per le energie rinnovabili (basti pensare ai magneti ad alte prestazioni delle turbine eoliche) e, con i piani di riarmo in grande spolvero, per la difesa e l’industria aerospaziale, visto che i minerali critici servono per fabbricare - tra le altre cose - missili, proiettili, sensori, sonar, radar, aeromobili e sistemi di comunicazione e di puntamento.
Quarantasette progetti si trovano nel territorio Ue (quattro in Italia), 13 al di fuori (tra cui Ucraina e Groenlandia) a dimostrazione del fatto che la competizione geo-strategica con gli Stati Uniti è decisamente aperta. Ma in assenza di nuovi soldi pubblici, in attesa del prossimo budget pluriennale, Bruxelles mette sul tavolo regole più semplici. La definizione delle due liste, che contengono realtà che si sono candidate e hanno superato l’esame dei tecnici Ue, rappresenta uno dei primi risultati concreti dell’attuazione del regolamento sulle materie prime critiche, il “Critical Raw Materials Act” in vigore da poco più di un anno. Con quel provvedimento, che individua i 34 elementi della tavola periodica di interesse prioritario, l’Unione ha anzitutto guardato al suo interno e s’è prefissata per legge alcuni obiettivi precisi da raggiungere entro il 2030: il 10% del fabbisogno Ue di materie prime chiave va estratto in Europa, il 25% riciclato e il 40% lavorato nel continente. Quanto alle forniture straniere, invece, il regolamento stabilisce che l’Unione non deve dipendere da un solo Paese extra-Ue per oltre il 65% della sua domanda: questo livello oggi è abbondantemente superato se pensiamo che, a causa della loro concentrazione geografica, le terre rare pesanti arrivano per quasi il 100% dalla Cina o il boro per il 98% dalla Turchia.






