Ogni amministratore pubblico ha il dovere di governare con rigore le risorse affidategli. Contrastare gli sprechi, prevenire inefficienze, eliminare fenomeni corruttivi e perseguire l'appropriatezza nell'utilizzo del denaro pubblico rappresentano principi irrinunciabili di buona amministrazione. In sanità questo dovere assume un valore ancora più elevato, perché riguarda risorse destinate alla tutela della salute, uno dei diritti fondamentali garantiti dall'articolo 32 della Costituzione.

È dunque pienamente condivisibile l'obiettivo della Regione Puglia e riportato dagli organi di stampa, di rafforzare il governo della spesa farmaceutica, intensificando i controlli sull'appropriatezza prescrittiva e ricercando ogni possibile margine di efficientamento del sistema.

Tuttavia, quando si affronta il tema della spesa farmaceutica occorre evitare semplificazioni che rischiano di trasformare un problema complesso in una questione che non è solo contabile. La spesa farmaceutica, infatti, non è una spesa come le altre, perché rappresenta il costo dell'innovazione terapeutica, dell'allungamento della vita, della gestione della cronicità e del progresso scientifico.

Negli ultimi vent'anni l'aspettativa di vita della popolazione è aumentata sensibilmente e parallelamente è cresciuto il numero dei pazienti affetti da patologie croniche, spesso pluripatologici, che richiedono trattamenti continuativi. A ciò si aggiunge la straordinaria evoluzione della ricerca scientifica: ogni anno diventano disponibili farmaci innovativi capaci di modificare radicalmente la prognosi di numerose malattie oncologiche, rare, autoimmuni e cardiovascolari. Si tratta di terapie che migliorano la qualità della vita, riducono ricoveri e complicanze, diminuiscono gli effetti indesiderati rispetto ai trattamenti tradizionali e, in molti casi, consentono ai pazienti di tornare ad una vita pressoché normale.