A 14 anni esatti dal sequestro senza facoltà d’uso dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico Ilva di Taranto, sospettata di essere fonte di malattia e morte per chi vi lavora e per quanti abitano nelle vicinanze, ecco che tocca ancora una volta alla magistratura intervenire per tutelare la salute dei tarantini. Le toghe suppliscono a quella politica che dal giorno dell’intervento della magistratura ha impiegato miliardi di euro pubblici per tenere in funzione una fabbrica ferma a un paradigma industriale ottocentesco, dispensando fiumi di chiacchiere per fare la guardia a un bidone che oggi sembra non essere di nessuno.
Il decreto della Corte d’Appello di Milano costituisce una decisione nel merito perfino più pesante di quella adottata in primo grado dal tribunale lombardo e rappresenta con ogni probabilità il punto di non ritorno da molti temuto e da almeno altrettanti atteso, proprio a poche ore dall’annuncio dell’affidamento della gestione (finalizzata all’acquisto) del complesso aziendale ex Ilva agli indiani di Jindal.
Denotando un deficit di competenza da paura, i Governi - nessuno escluso e qualcuno in vetta per distacco - che dal 2012 ad oggi si sono accostati al dossier Ilva hanno avuto la rara capacità di sbagliare tutto quello che era fallibile rispetto a una vertenza altrimenti affrontabile e risolvibile. Dal Governo Letta che nel giugno del 2013 decise sciaguratamente l’esproprio del complesso aziendale alla famiglia Riva, alla quale invece il siderurgico andava lasciato assieme agli oneri per la sua messa a norma, passando alla causa del secolo minacciata nel 2019 dal governo Conte poi evaporata in un accordicchio con molte infamie e poche lodi per Taranto, i tarantini e gli operai giungendo al patto - poi sgretolatosi per motivi ancora ignoti ai più e forse al centro degli accertamenti a suo tempo fatti dalla Procura di Taranto - tra l’allora ministro per il Sud Raffaele Fitto e Lucia Morselli, amministratrice delegata della società composta da ArcelorMittal e Invitalia.












