Oltre due milioni di italiani applicano il regime forfettario, scelto ormai da circa il 52% dei titolari di partita Iva individuale. La metà dichiara meno di 20mila euro di ricavi all’anno e altri 700mila contribuenti si collocano tra 20mila e 50mila euro. Non è il ritratto di una categoria privilegiata, ma quello di milioni di microattività che riescono a lavorare, fatturare e pagare le imposte grazie a un sistema semplice e proporzionato alle loro dimensioni.

Eppure l’Ocse continua a considerare il forfettario una distorsione da superare, fino a prospettarne sostanzialmente la chiusura. È un’impostazione astratta, costruita sulla differenza tra l’imposta sostitutiva e l’Irpef ordinaria, ma incapace di vedere la realtà che sta dietro ai numeri. Se metà dei contribuenti non raggiunge nemmeno 20mila euro di ricavi lordi, sottoporli agli adempimenti e ai costi del regime ordinario non produrrebbe maggiore equità: renderebbe semplicemente antieconomico dichiarare molti piccoli compensi.

Dietro queste partite Iva ci sono insegnanti che organizzano corsi, dipendenti part-time che svolgono consulenze, artigiani, commercianti, professionisti alle prime armi, operatori dei servizi e persone che trasformano una competenza in un’entrata aggiuntiva. Per molti la partita Iva non sostituisce un impiego, ma lo affianca. È il secondo lavoro, qualche volta il terzo, necessario per integrare uno stipendio insufficiente e sostenere il costo della vita.