<p>In Italia gli influencer muovono un mercato che vale oltre 400 milioni di euro.

Un business in crescita, ma difficile da inquadrare agli occhi del fisco: come si tassano attività e compensi che spesso non rientrano negli schemi tradizionali?</p><p>«Non sempre ci troviamo di fronte a evasori», premettono Giuliana Polacco, partner di Bird & Bird, e Rita Tardiolo, partner del dipartimento Proprietà Intellettuale dello studio, a MF-Milano Finanza. «In molti casi il problema nasce proprio dalla difficoltà da parte di inserzionisti e influencer stessi di inquadrare fiscalmente le attività relative a modelli di business che si sono sviluppati più rapidamente della normativa».</p><p>I controlli da parte della Guardia di Finanza sono già partiti.

Per l'Agenzia delle Entrate, invece, le attività possono iniziare con verifiche in loco o questionari inviati a influencer e creator per ricostruire l'attività svolta e i compensi percepiti, spiegano le due professioniste.

L'obiettivo, in generale, è quello di favorire la corretta gestione delle formalità fiscali prima di arrivare agli accertamenti, tenuto conto che chi apre la partita Iva si può avvalere del regime forfettario.

Intanto, è stato introdotto un codice Ateco specifico per l'attività di influencer e content creator. «Si tratta di un primo riconoscimento formale della professione», osservano Polacco e Tardiolo, «ma restano aperti diversi nodi interpretativi sulla qualificazione di redditi e tipologie di collaborazione».</p><p>Uno dei nodi principali riguarda il confine tra attività occasionale e professionale, quello che separa chi promuove qualche prodotto per arrotondare dai grandi nomi del settore, ossia coloro che ne hanno fatto una vera professione. «Il confine è labile e occorre prestare attenzione, in quanto le soglie perché l'attività si qualifichi come professionale sono basse e facilmente raggiungibili», proseguono.