Che cosa distingue oggi un museo da un festival? Sempre meno, se si guarda al modo in cui l’arte contemporanea ha iniziato ad abitare luoghi un tempo dedicati esclusivamente alla musica. Del resto, il dialogo fra immagini e suoni ha una storia lunga. I futuristi immaginavano concerti di rumori quando Luigi Russolo costruiva i suoi intonarumori, considerati precursori della moderna musica elettronica e industrial. Negli anni ’60 il movimento Fluxus trasformò performance e concerti in un unico linguaggio, coinvolgendo artisti come Nam June Paik e musicisti come John Cage. Andy Warhol fece della musica uno dei cardini della sua Factory producendo i Velvet Underground, trasformando i loro concerti in eventi immersivi fra film, luci e installazioni. Oggi quella contaminazione trova una nuova dimensione nei grandi festival, dove il dancefloor diventa uno spazio in cui arte, musica e partecipazione collettiva tornano a coincidere.

Techno, artisti (e alta cucina)

A Torino, arte e musica sono di casa. Lo ha confermato ancora una volta l’ultima edizione di Kappa FuturFestival: 6 palchi, oltre 130 artisti, 36 ore di musica e un pubblico di 125.000 persone accorse da tutto il mondo. Anche quest’anno, l’ipnotico Parco Dora ha messo in dialogo DJ, installazioni e sperimentazione visiva, come ci conferma Luigi Mazzoleni, co-founder e artistic director di KFF nonché owner e international sales director della storica Galleria Mazzoleni, per il quale l’idea che arte contemporanea e musica elettronica potessero convivere non è nata a tavolino, ma maturata viaggiando. «Per trent’anni ho girato l’Europa seguendo festival e DJ» racconta. Poi, qualche anno fa, la curiosità lo porta fino al Format Festival, in Arkansas, uno dei primi a investire con convinzione nel dialogo tra musica e arti visive. «C’era una line-up incredibile, grandi installazioni e perfino un’opera di Marinella Senatore. Ho capito che quella poteva essere una direzione da esplorare.»