“Questi non vogliono il cambiamento“. Se davvero Paolo Maldini ha pronunciato questa frase prima di lasciare la Figc, come racconta il Corriere della Sera, è difficile dargli torto. Eppure sarebbe altrettanto sbagliato trasformarlo in un martire. Perché in questa vicenda Maldini ha commesso errori evidenti. Il principale, enorme, è stato di comunicazione.
Andrea Pirlo era una candidatura troppo estrema per essere il primo mattone della rifondazione della Nazionale. Non perché fosse necessariamente destinato a fallire, ma perché era inevitabile che il dibattito si concentrasse sulla sua inesperienza, sul suo curriculum e ovviamente sul pretesto perfetto: il contratto pubblicitario con un bookmaker russo. Nelle ultime ore era spuntato anche il nome di Thiago Motta: un altro profilo che avrebbe rappresentato una rottura radicale. Se l’obiettivo era cambiare davvero, forse serviva preparare il terreno. Invece Maldini ha voluto quasi provocare e ha finito per offrire ai suoi avversari il bersaglio perfetto.
Ma sarebbe un errore fermarsi qui. Perché il polverone mediatico che si è abbattuto su Pirlo e sullo stesso Maldini racconta qualcosa che va oltre i limiti mostrati dai due protagonisti di questa farsesca vicenda. L’ipocrisia con cui Maldini è stato prima dipinto come il miglior dirigente al mondo e poi scaricato con articoli zeppi di livore e veleno, racconta un calcio che continua a reagire con diffidenza a qualsiasi tentativo di uscire dagli schemi. Alla fine, infatti, il presidente Malagò ha preferito tornare al punto di partenza. Le alternative che circolano sono quelle che il sistema conosce e considera rassicuranti. Quelle che sono figlie dell’amichettismo e del potere, molto più della scelta di Pirlo. Quelle che verranno applaudite e che gli ridaranno l’amato consenso.














