Se l’idea era riportare l’interesse dell’Italia disillusa sulla nazionale, la missione è compiuta. Forse, il tema più chiacchierato dell’estate non è proprio centrato ed è impossibile chiarire le voci perché sbattono le porte. Rumore che copre tutto e scelta ormai classica del difensore più forte del mondo: l’uomo capace di chiudere come nessuno, pure oggi, nel ruolo in cui il gioco va gestito. Paolo Maldini è rimasto legato alla purezza impossibile del gesto definitivo.

Maldini è già stato in una stanza a chiedere la guida di Pirlo e a garantire per lui davanti a dirigenti poco convinti dopo essersi consultato con Leonardo. È successo al Milan, da direttore dell’area tecnica, carica ereditata proprio dal mentore brasiliano. Non è stato ascoltato, una crepa in un rapporto velocemente compromesso così ha deciso di andarsene. Arrivato in rossonero nel 2019 e offeso nel 2023, dopo uno scudetto Theo Hernandez, Leao e Giroud: «Se non posso decidere con la mia testa, inutile restare». Quell’intervento così pulito, netto, irreprensibile lo ha reso raro. In un calcio nutrito ad ambiguità, c’era una persona capace di mantenere la carriera immacolata. Ora la scena si ripete, però la reazione è diversa. Stavolta Maldini ha pensato e agito con la propria testa, gli è stata data la libertà di farlo, il sostegno, l’advisor chiesto e, forse per la prima volta, ansioso di essere di nuovo decisivo in azzurro, si è mosso malissimo. Voleva Pirlo e lo ha selezionato, come se Guardiola fosse il sogno e Pirlo la realtà. Probabile che i due nomi, nella sua idea, non fossero pianeti diversi, ma a ogni visione deve seguire una costruzione e Maldini non può imputare ad altri il fatto che la sua sia franata. Al Milan, che era casa, ha imposto la forza del proprio nome. Pochi altri possono vantarne uno più attrattivo, il suo è citato da ogni fenomeno del calcio come esempio, un riferimento assoluto, una prova di integrità. Ha zittito ogni polemica con pochissime parole, ha vissuto con due sole maglie: il Milan e la nazionale, l’incompiuta in mezzo a stagioni perfette. Qualsiasi trofeo tranne che con l’Italia e ogni sconfitta a lacerare più della precedente: il coreano Ahn che gli salta in testa nella folle partita diretta dall’assurdo Byron Moreno, prima l’Argentina ridotta a Maradona che nel 1990 si comporta esattamente come quella attuale appesa a Messi e i rigori stregati Pasadena nel 1994, l’immensa Francia di Zidane che oggi viene presentato come ct. Troppi sentimenti per non riprendere i fili di quel rapporto struggente quando viene chiamato da Malagò. Cercato per una rivoluzione e stavolta complice di una ipotetica restaurazione. La grana Fonbet è stata strumentalizzata, non inventata e lui ha opposto al problema la porta chiusa. Di nuovo offeso. La sua storia da dirigente gira intorno a questo concetto, cardine di quella porta sbatacchiata in assenza di alternative. È giusto offendersi per la propria dignità, non lo è dopo un errore evidente. Lì è meglio prendersi la responsabilità e andare avanti, pure dritto come piace a lui, ma con un altro allenatore, un altro intervento con il tempismo da fuoriclasse, una soluzione invece di un addio. Ma no, non c’è Pirlo, (che non ci può essere) e allora niente. In malora l’utopia di un sistema Italia e la svolta e il cambio di generazione e la filiera e l’ipotesi che magari, chissà, tra un annetto Guardiola, sazio del distacco, sarebbe rientrato nel disegno. Invece il candidato Pirlo non è stato controllato: decine di serie tv americane sprecate senza raccogliere la necessità di valutare i legami e le connessioni. E non c’è un lato B o un’altra ipotesi, solo l’offesa, soltanto lo sbatacchiare di porte. Prima di assumerlo e salutarlo il Milan lo aveva cercato altre volte. Una con i cinesi, subito troppo confusi e una con Galliani che non gli ha trovato un incarico: «Gli ho offerto tutte le posizioni tranne la mia». Avremmo tanto voluto vedere la nazionale di Maldini lontana da ogni cattiva abitudine. È durata 16 giorni, anche bruttini.