Preso in contropiede dall’aumento repentino dei prezzi dei carburanti e in particolare del diesel, arrivato mentre la maggioranza era concentrata sul caso Roggero e sull’imputabilità dei minorenni, il governo Meloni rispolvera precipitosamente il taglio generalizzato delle accise, pur se limitato solo al gasolio. Il consiglio dei ministri convocato lunedì pomeriggio ha varato una misura ponte che riportare a fatica il costo del diesel verso i 2 euro, ma viste le scarse risorse a disposizione non riesce a ridurlo sotto quella soglia. Risultati ben più corposi si sarebbero potuti ottenere concentrando le coperture su un intervento mirato, come gli organismi internazionali predicano da tempo. Si è scelto invece di replicare una misura palesemente regressiva. Infatti, come rilevato già nel 2022 dall’Ufficio parlamentare di bilancio, scontare il pieno a tutti favorisce maggiormente chi viaggia su un’auto di grossa cilindrata. Mentre le famiglie che hanno una piccola utilitaria, e magari nelle prossime settimane non potranno permettersi di lasciare la città per andare in ferie, avranno un vantaggio minimo.

Negli ultimi mesi lo stesso nodo è stato ricordato sia dal Fondo monetario internazionale sia dalla Commissione europea, che avevano invitato l’Italia a evitare sussidi generalizzati e privilegiare interventi riservati ai nuclei più vulnerabili. Il motivo è anzitutto redistributivo. Un taglio delle accise vale per tutti nella stessa misura, indipendentemente dal reddito, ma i benefici non sono affatto uguali. Chi fa più chilometri o ha auto più potenti consuma più carburante e quindi ottiene uno sconto maggiore, come dimostra l’esperienza di quattro anni fa. L’Upb aveva calcolato che in seguito al taglio delle accise deciso dal governo Draghi il 2,6% delle risorse destinate era andato al 10% più ricco delle famiglie, contro appena lo 0,4% destinato al decile più povero.