Per moltissimi ragazzi e ragazze queer cresciuti tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, Harry Potter è stato qualcosa di più di una saga fantasy. Nella storia del ragazzino qualunque che scopre di essere speciale e viene portato via da una famiglia che lo maltratta, molti lettori hanno riconosciuto una promessa che nella loro quotidianità non esisteva: quella di un posto magico e lontano, dove a nessuno sarebbe importato di chi amavano perché troppo impegnati a bere burrobirra e giocare a Quidditch.

Anche la storia personale di J.K. Rowling, l’autrice della saga, faceva la sua parte: aveva scritto il primo libro mentre cresceva una figlia da sola, viveva di sussidi e faticava a pagare l’affitto, e i suoi lettori più giovani riconoscevano in quell’arco di talento e fortuna la prova che una vita difficile non fosse una condanna. Nel 2006 era stata lei stessa a definire la saga «un prolungato argomento a favore della tolleranza e un prolungato appello alla fine del bigottismo».

Per questo, quando a partire dal 2020 Rowling ha cominciato a esprimere pubblicamente posizioni ostili nei confronti delle persone trans, il colpo per una parte del suo fandom è stato durissimo. Alcuni hanno continuato a leggere i libri e a guardare i film come se niente fosse, convinti che l’opera vada separata da chi l’ha scritta. Molti altri, però, hanno sentito di dover fare qualcosa.