di Giuseppe Capotosto

L’ultimo caso attorno alla scelta del nuovo ct dell’Italia svela ancora una volta la provincialità di un sistema sportivo che giudica i professionisti non sul campo, ma sulle opportunità geopolitiche del momento. Un moralismo a intermittenza che mostra un’immobilità decennale che continua ad ignorare chi il calcio vorrebbe rifondarlo davvero. L’emblema di questo approccio è la vicenda che ha toccato Andrea Pirlo: la sua potenziale corsa alla panchina azzurra non si è fermata per un fallimento sul campo, ma per le polemiche scatenate dalla sua attività come testimonial di un marchio commerciale estero.

Ciò che rende la vicenda grottesca è che il sistema sportivo adotti criteri etici asimmetrici a seconda del clamore mediatico.

La politica che entra nelle decisioni sportive rende bene il livello di drammaticità attuale, dove al prezzo del petrolio sempre più alto si preferisce affrontare il tema del ct della nazionale.

Per capire poi la concentrazione del potere nello sport italiano basta guardare la parabola di Giovanni Malagò: alla guida del Coni dal 2013 al 2025 (tre mandati consecutivi), presidente della Fondazione Milano-Cortina 2026, fino ad approdare nel 2026 direttamente alla presidenza della FIGC con un movimento calcistico privo di un vero ricambio generazionale.