Giovanni Malagò, l’uomo che piaceva alla gente che piace, maestro delle relazioni pubbliche, snodo umano di ogni fattiva mediazione, sta per lanciare la palla in tribuna e piegarsi, nel penultimo tragitto della sua fastosa carriera, al terribile ko. Come i pifferi di montagna andati per suonare, Malagò – e con lui Maldini e Leonardo, i campionissimi ingaggiati per ridare luce alla Nazionale – tornarono suonati e parecchio pure. È sempre vero che la vita è un lungo, indescrivibile imprevisto, ma nessuno avrebbe mai immaginato che l’uomo della provvidenza, il manager più vincente d’Italia, potesse mai finire sotterrato sotto la ferraglia degli incroci dilettanteschi, di una prova così sciatta e sciagurata mostrata nella ricerca ansiosa e inconcludente di un commissario tecnico che desse all’Italia il gol che ci manca. Uomo di sport, ma anche di governo. Circolo Aniene, di cui è l’alto rappresentante nel mondo, e, poniamo il caso, ministro? Possibile. Avrebbe fatto la sua figura anche nella compagine di Giorgia Meloni. Viceversa, per i meriti acquisiti sul campo, sarebbe potuto essere cooptato dal centrosinistra persino come papa straniero, o chiamato a guidare il centro del centro, lui pragmatico e assolutamente riformista per dare freschezza e vivacità alla logorroica narrazione del potere italiano.
Malagò e la ricerca del CT: il grande passo falso dell'uomo che piaceva a tutti
Da uomo della provvidenza a protagonista di un clamoroso passo falso: la parabola di Giovanni Malagò e il caso CT.












