L’episodio dei presunti attacchi contro siti riconducibili alla Cia rappresenta, indipendentemente dall’eventuale coinvolgimento russo, il simbolo di una trasformazione destinata a caratterizzare gli equilibri strategici dei prossimi decenni. Che l’Iran abbia agito grazie a un sostegno esterno oppure attraverso capacità sviluppate autonomamente, il messaggio strategico resta lo stesso: la competizione globale si sta spostando sempre più nel terreno invisibile dell’informazione. L’analisi di Antonio Teti, professore dell’Università “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara
Ogni guerra produce immagini destinate a rimanere impresse nella memoria collettiva. Alcune mostrano città distrutte, altre raccontano l’impiego di nuove tecnologie militari, altre ancora rivelano l’evoluzione delle dottrine strategiche. Esistono però episodi che, pur ricevendo minore attenzione mediatica, rappresentano veri punti di svolta nella storia dell’intelligence. È probabilmente questo il caso dei recenti attacchi iraniani contro installazioni riconducibili alla Central Intelligence Agency (Cia) statunitense nel Golfo Persico, vicenda che ha alimentato un interrogativo tanto delicato quanto strategicamente rilevante: come è stato possibile individuare e colpire con tale precisione infrastrutture tradizionalmente protette dal massimo livello di segretezza? E soprattutto, dietro questa capacità operativa si intravede il contributo della Russia?









