di
Vera Martinella
Medici, infermieri e malati ripercorrono nei sotterranei lo stesso percorso che facevano i gladiatori: prima la fase di allenamento, poi la battaglia, infine l’uscita trionfale quando i vincitori riacquistavano la libertà
La diagnosi di tumore arriva come un terremoto e lascia segni, a volte sul corpo, quasi sempre nell’anima. Soprattutto durante le terapie quasi tutti i pazienti soffrono di ansia, disturbi del sonno, disagi emotivi che aggiungono un carico pesante alle fatiche quotidiane affrontate dai malati e dai loro familiari. E l’arte può aiutare. Non è più solo un’ipotesi da intellettuali, non stiamo parlando semplicemente di appendere bei quadri alle pareti: oggi molti ospedali, anche italiani, hanno integrato l’arte nei reparti di oncologia. Soprattutto in quelli pediatrici le pareti sono ricche di disegni e colori che aiutano a rendere più sopportabile la degenza, spesso prolungata, ma sono moltissimi i centri che hanno deciso di abbellire day hospital e stanze per rilassare la mente di chi deve soggiornarvi. Oggi non è neppure rarissimo sentire suonare un pianoforte o un violino in quei corridoi carichi di dolore e tensione. Serve davvero? «Certo - risponde Vittorio Donato, specialista in Radioterapia e past president dell’Airo (Associazione Italiana di Radioterapia Oncologica) -. Studi internazionali dimostrano che ambienti visivamente stimolanti riducono i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress), abbassano la percezione del dolore, migliorano l’umore e la collaborazione terapeutica. La qualità estetica dello spazio non è neutra: produce effetti fisiologici misurabili».







