Oggi lo chiameremmo project financing per vantarci di avere scoperto l’acqua calda. Ma nel Siglo de Oro dei teatri ’condominiali’ dell’Italia centrale – a cavallo tra Sette e Ottocento, gioia e Restaurazione, crepuscolo barocco e avanguardie neoclassiche –, patriziato e notabili, ma anche la nuova (arrembante) borghesia dei mestieri e delle professioni, già facevano da sé, finanziandone la costruzione con l’acquisto dei palchetti (bene in vista, se possibile), oppure autotassandosi, e chiamando architetti di grido a dare forma alla voglia di svago e grandeur, da Ireneo Aleandri a Cosimo Morelli. Partnership pubblico-privata ante litteram nell’Italia "superpotenza della cultura" (copyright di Giorgia Meloni e Antonio Tajani) capace di nascondere un tesoro dietro ogni curva della storia.
IL RICONOSCIMENTOPersino una costellazione di piccoli, grandi gioielli dell’architettura a cavalcioni dell’Appennino, fioriti in cittadine e borghi oggi divenuti "sito seriale" (in gergo tecnico) nelle Marche, con propaggini dalla Romagna fino all’Umbria. Arte sì, ma anche modello sociale e culturale, luoghi di incontro e di identità. Da ieri, "Il sistema dei teatri condominiali all’italiana dell’Italia centrale del XVIII e XIX secolo" – candidato dalla Regione Marche sotto l’egida del ministero della cultura, con la partecipazione di Emilia-Romagna e Umbria, e il sostegno della Farnesina – è patrimonio mondiale dell’umanità. Il verdetto è rimbalzato in Italia da Busan, in Corea del Sud, dov’è riunita la 48esima sessione del Comitato Unesco. E con l’iscrizione dei teatri storici nella Lista del patrimonio Unesco l’Italia si tiene stretto anche il primato mondiale per il maggior numero di siti iscritti, sessantadue. "Un primato che ci inorgoglisce e ci sprona a fare sempre di più e meglio per custodire, proteggere e valorizzare un patrimonio che tutto il mondo ci invidia", rivendica la premier Giorgia Meloni.











