Dieci teatri dell’Italia centrale entrano nel patrimonio mondiale. Un riconoscimento che premia un’idea di cultura partecipata

Due secoli fa non erano monumenti, ma luoghi da costruire e vivere. A finanziarli non soltanto istituzioni o famiglie aristocratiche, ma anche cittadini che decisero di unirsi, mettere insieme risorse e creare degli spazi dove la comunità potesse incontrarsi davanti a uno spettacolo. È questa la storia dei teatri condominiali italiani, un sistema di dieci piccoli gioielli distribuiti tra Marche, Umbria ed Emilia-Romagna che, da ieri sono entrati nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco.

Teatri condominiali, quando il teatro uscì dai palazzi nobiliari

La storia dei teatri condominiali comincia tra il Settecento e l’Ottocento. Fu proprio in quegli anni che il teatro iniziò lentamente a cambiare volto. Fino ad allora, infatti, gli spettacoli erano soprattutto legati ai palazzi delle famiglie più ricche e agli ambienti religiosi. In molte città italiane, però, nacque un’idea nuova: costruire teatri aperti a un pubblico più ampio, finanziati attraverso società di cittadini che acquistavano quote dell’edificio. Chi partecipava, così, non era soltanto uno spettatore, ma diventava parte della storia del teatro, contribuendo alla sua nascita e alla sua gestione. È proprio da questa formula che deriva il termine “teatro condominiale” un modello che trasformava la cultura in un progetto collettivo.