Questa settimana abbiamo scelto la storia di Vittoria L., 36 anni, che vive a Milano e lavora nel settore della pubblicità. Si presenta con poche parole: “Ho sempre cercato di essere una brava persona, il che significava essere perennemente disponibile. Dicevo sì a tutti: agli amici, ai familiari, ai colleghi”. Con il senno del poi, ha riflettuto sul perché di questo suo atteggiamento: “Avevo paura di deludere gli altri, di sembrare egoista o poco collaborativa. Così finivo sempre per mettere i bisogni degli altri davanti ai miei. A un certo punto, però, un grave torto subito mi ha fatto esplodere, e da lì ho deciso di avviare un cambiamento importante, lavorando su me stessa”.

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Il bisogno di piacere a tutti “Ripensandoci, credo di essere sempre stata così. Fin da ragazzina avevo bisogno di sentirmi utile, apprezzata, indispensabile. Se qualcuno mi chiedeva un favore, difficilmente riuscivo a rifiutare. Se un'amica aveva un problema, lasciavo tutto per aiutarla. In quel momento mi sembrava naturale. Ricevere approvazione dagli altri mi faceva stare bene e mi convinceva di essere una persona generosa. Il problema è che non mi fermavo mai a chiedermi se stessi bene io. Sul lavoro questa tendenza, negli anni, è diventata particolarmente evidente. Lavoro in un'agenzia pubblicitaria dove le scadenze sono spesso serrate e i ritmi molto intensi. Sono sempre stata quella che accettava un incarico in più, che restava in ufficio fino a tardi, che sistemava gli errori degli altri per evitare problemi al gruppo. Tutti mi consideravano affidabile e disponibile, e io ero orgogliosa di questa reputazione. Non mi rendevo conto che stavo costruendo un equilibrio sbagliato, in cui il mio valore dipendeva esclusivamente dalla mia capacità di accontentare gli altri. Nel frattempo accumulavo stanchezza, frustrazione e risentimento, ma continuavo a ignorarli. Mi ripetevo che era normale, che essere una persona disponibile significava fare sacrifici”. Il momento di svolta “Circa un anno fa, ricordo che in ufficio stavamo lavorando a una presentazione molto importante per un cliente, quando un collega mi confessò di essere in difficoltà. Era sotto pressione, aveva problemi personali e temeva di non riuscire a rispettare le scadenze. Senza pensarci troppo gli ho offerto il mio aiuto. All'inizio doveva essere un piccolo supporto, ma nel giro di pochi giorni mi sono ritrovata a fare gran parte del lavoro. Restavo in ufficio fino a sera, lavoravo da casa e rinunciavo al tempo libero pur di portare avanti il progetto. Lui non finiva di ringraziarmi. Quando è arrivato il giorno della presentazione aziendale, ero stanca ma soddisfatta perché pensavo che finalmente avremmo mostrato il risultato di settimane di lavoro. Invece, il mio collega si alza e inizia a presentare il progetto come se fosse quasi opera sua. Ringrazia alcune persone del team, ma il mio contributo viene liquidato con una frase generica. Davanti ai responsabili si è preso tutti i meriti, lasciandomi completamente nell'ombra. Ero incredula, più che arrabbiata. Umiliata, anche, perché ero stata usata ed era tutta colpa mia. Il problema non riguardava solo lui, ma il modo in cui avevo sempre impostato le relazioni, sul dare senza mai chiedere nulla in cambio”.