“Sono una persona empatica. Per tutta la vita ho pensato che il mio valore dipendesse da quanto riuscivo a essere utile agli altri. Se qualcuno stava male, io dovevo esserci. Se qualcuno aveva un problema, io dovevo risolverlo. Era il mio modo di sentirmi importante, necessario, quasi indispensabile. Avevo fatto dell’aiuto una missione, però senza rendermene conto. Non mi vedevo come un missionario, ecco, ma ora guardando indietro ho capito molte cose”. Ci scrive da Milano Marco L., 45 anni, grafico. “Ho capito che dietro il mio bisogno di aiutare gli altri si nascondeva una profonda paura di non essere abbastanza, un bisogno di essere riconosciuto. Ne ho preso coscienza in un momento preciso e da lì ho resettato la mia esistenza. Vorrei raccontarvi tutto per la rubrica Rinascite”.
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Un bisogno profondo e inconscio
“Se guardo indietro, mi rendo conto che sono sempre stato così. Fin da giovane mi avvicinavo a persone in difficoltà: amici in crisi, partner fragili, colleghi in affanno. Io ero quello che ascoltava, che consigliava, che si faceva carico dei problemi degli altri. E in quel ruolo mi sentivo bene. Mi dava un senso di identità. Nelle relazioni sentimentali questo schema era ancora più evidente. Mi legavo spesso a donne che avevano bisogno di essere ‘aiutate’, sostenute, capite. All’inizio mi sembrava amore, ma con il tempo mi accorgevo che davo molto più di quello che ricevevo. Eppure, non riuscivo a smettere. Di solito – ho letto molto, ultimamente – definiscono la sindrome da crocerossina al femminile, ma credo si adatti a me. Avevo la sensazione che, se non fossi stato utile, non sarei stato abbastanza. L’importante era sentirmi necessario. Era come se il mio valore passasse da lì”.






