“Vi scrivo per consegnarmi la mia storia ma premetto: non è il racconto di una caduta improvvisa o di un evento traumatico. La mia è stata una rinascita silenziosa, magari comune a molti: quella che avviene quando, pur avendo una vita ‘riuscita’, ci si accorge di essersi progressivamente allontanati da sé”. Si chiama Anna Moretti, la donna che firma la lettera che abbiamo scelto di pubblicare questa settimana. “Per oltre vent’anni ho lavorato in ruoli di leadership nel settore farmaceutico, in contesti internazionali ad alta complessità. Da fuori, una carriera solida e coerente. Da dentro, una crescente disconnessione, fatta di stanchezza emotiva, iper-responsabilità e adattamento costante”.

Se volete raccontare la vostra storia perché venga pubblicata, previa valutazione della redazione, potete scrivere una mail a rinascite@repubblica.it

Una vita costruita sulla performance

“Sono nata in una famiglia in cui il valore personale passava, spesso senza bisogno di dirlo, attraverso il ‘sapere’ e i risultati. Entrambi i miei genitori erano insegnanti e, fin da piccola, ho imparato che essere brava era una forma di sicurezza. Forse anche di amore. Ero una bambina molto introspettiva, con un mondo interiore vastissimo, e allo stesso tempo precoce: ho imparato a leggere da sola a tre anni e mezzo, ho saltato una classe, e il mio percorso scolastico è sempre stato costellato di successi. ‘Sei bravissima in tutto’, mi sentivo dire. Eppure, dentro, non mi sentivo brava in niente. Così ho continuato a spingere. A fare di più. A chiedermi di più. Ho scelto un percorso scientifico, Chimica e Tecnologia Farmaceutiche, non per vocazione profonda ma per una promessa implicita di stabilità e indipendenza. Mi sono laureata in corso, a pieni voti, e sono entrata nell’industria farmaceutica. Da lì è iniziata una carriera lunga oltre vent’anni: prima in Italia, poi in Svizzera, in grandi multinazionali, in ruoli di responsabilità e leadership globale. Da fuori, era una storia di successo. Da dentro, era una storia di resistenza. Ho sempre lavorato con grande dedizione, senso di responsabilità, attenzione alle persone. Ma il costo invisibile era alto. Sentivo tutto: le tensioni, le emozioni non dette, le aspettative implicite. E come spesso accade a chi sente molto, ho imparato presto a non mostrarlo. A funzionare. A reggere”.