VALLE LOMELLINA. Da Vercelli è arrivato fino a Bruxelles, diventando uno dei riferimenti europei per il riso. Vicepresidente della Federazione delle industrie risiere europee, Presidente dell’Associazione Italiana Industriali Risieri oltre che Vice Presidente Esecutivo del Gruppo Euricom Mario Francese si direbbe uno stakanovista o, più semplicemente, un vero appassionato del suo lavoro. Da dietro i suoi occhiali rotondi lui sorride e semplicemente ammette: vorrei solo essere un modello per i miei due nipoti. «I ragazzi ci guardano sa? Noi dobbiamo sempre cercare di dare il meglio di noi». E così, ogni mattina si alza all’alba, e dopo aver fatto ginnastica arriva in questo ufficio con molte vetrate che guardano verso le risaie di Valle Lomellina. In mezzo, come una riga tracciata con il righello, c’è una lunga e drittissima strada provinciale dove transitano i camion con l’insegna dei brand Curtiriso e Flora di proprietà di Curti che trasportano il risone nello stabilimento di Valle Lomellina che è il più grande della Unione Europea. Non piove, quanto incide sulle coltivazioni del riso? «Attenzione, mi permetto di dissentire». Come? Non c’è forse il problema della siccità e del caldo straordinario che fa male anche al riso? «Non c’è dubbio. Ma bisogna distinguere. Non è vero che non piove. Piove nel momento sbagliato e l’acqua piovana non viene trattenuta ma dispersa nel mare. Un tempo non era così, c’era più armonia tra cielo e il ciclo agronomico del riso che metteva tutti d’accordo». Perché allora non si stocca l’acqua quando cade? «Perché è estremamente complesso e dispendioso. Non è una soluzione facile come potrebbe sembrare dal di fuori. Purtroppo buona parte della produzione comunitaria ha risentito degli effetti della siccità a partire dal terribile 2022. Poi, il costante aumento degli eventi climatici estremi ha reso sempre meno adeguati i modelli di gestione per le risorse idriche». Quindi come facciamo? «Occorre trovare soluzioni alternative, affidarsi sempre di più alla ricerca. Ad esempio, sul versante produttivo vedo con grande interesse lo sviluppo delle Tea il cui regolamento è entrato in vigore lo scorso 17 luglio e che sarà applicato a partire dal 2028. Le Tea sono nuove tecniche di editing genetico che permettono di modificare il genoma della pianta senza ricorrere all’inserimento di Dna estraneo come accade per gli Ogm e saranno un fattore molto positivo per l’agricoltura della U.E. e per il nostro settore perché permetteranno di mettere a disposizione dei risicoltori varietà più resistenti ai cambiamenti climatici e alle malattie». Quanto la preoccupa il fattore climatico? «Non poco. Il cambiamento climatico è un tema serio, talmente serio che il futuro della filiera europea del riso dipenderà dalla capacità del settore di provare a gestirlo». Ma non sarà un problema solo europeo no? «Certamente. Il fenomeno riguarda anche i nostri maggiori competitor, gli asiatici. Siamo appena entrati nel fenomeno climatico de El Nino, Il gran caldo e la siccità lo dobbiamo a questo fenomeno che è caratterizzato da un forte riscaldamento delle acque dell'Oceano Pacifico equatoriale. Questa situazione sconvolge i normali venti e le correnti, amplificando il clima globale e scatenando eventi meteo estremi in tutto il mondo». Cosa provoca? «Che anche in molti paesi Asiatici si sentiranno gli effetti della siccità mentre nelle Americhe si sentiranno gli effetti di piogge abbondanti». Cosa chiedete alla politica? «Due cose soprattutto: condizioni di concorrenza più equilibrate e strumenti efficaci per affrontare le sfide climatiche. La UE per coprire il fabbisogno di riso ha dovuto aumentare le importazioni del 60 per cento circa, in questo contesto sono aumentate a dismisura le importazioni di riso già confezionato bypassando la filiera europea, se la UE non porrà rimedio a questa situazione si potrebbe assistere al declino del settore. Noi lottiamo perché ciò non avvenga!» Quanto vale l’Italia in questo settore? «L’industria risiera italiana è leader nella UE e commercializza un milione di tonnellate di riso lavorato all’anno, il 35 per cento dei consumi europei è soddisfatto dalle industrie nazionali e l’80 per cento di questo riso è di origine italiana. Ma non solo: il nostro Paese è il maggior produttore di riso con oltre il 50 per cento delle superfici investite a riso nella UE». E Pavia? «Pavia è la prima provincia risicola italiana, qui ci sono le tre maggiori industrie risiere italiane, oltre il cinquanta per cento del fatturato complessivo del settore». In futuro mangeremo più o meno riso? «Non c’è dubbio ne mangeremo di più! Le prospettive di crescita dei consumi guardano in su. Nella UE si è registrato un più 30 per cento negli ultimi dieci anni. Vedo un futuro roseo dei consumi per diversi fattori: il possibile allargamento dell’Unione Europea ai paesi dell’ex Jugoslavia e all’Ucraina, il costante flusso di migranti per la più parte alto consumatori di riso oltre che per l’apprezzamento della salubrità del riso da parte di sempre più consumatori sia nel nostro Paese che nella UE». Anche gli italiani mangiano più riso? «Basta guardare le scelte alimentari, le diete ovviamente, ma non solo: l’esplosione del sushi, e in generale della cultura alimentare etnica in cui sono presenti moltissimi piatti a base di riso. E noi non potremmo che raccogliere i frutti di queste tendenze».