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La sinistra italiana ha un problema con la violenza. Non quella degli avversari, che condanna con una velocità degna della fibra ottica. Quella dei «suoi». Lì la connessione improvvisamente cade. Arrivano i distinguo, le sfumature, le analisi sociologiche, le cause profonde. Insomma, tutto tranne la parola più semplice del vocabolario: condanna. Dopo Bologna, ecco la Val di Susa. Bombe carta, razzi, pietre, assalti alle forze dell'ordine. Agenti feriti. Il solito copione che si ripete da anni. E il solito silenzio che gli fa da colonna sonora. Perché, quando la guerriglia ha il bollino «No Tav», per una parte della sinistra diventa improvvisamente un fenomeno complesso. Guai a chiamarla violenza politica. Guai a prendere le distanze senza aggiungere un «però». È una malattia antica. Si chiama doppio standard. Se quattro di destra spostano una transenna, scatta l'allarme democratico, i talk show vanno in edizione straordinaria e parte la caccia al rigurgito fascista. Se invece decine di incappucciati prendono a sassate la polizia, ecco che diventano «manifestanti», «attivisti», «territorio che esprime un disagio». Le pietre cambiano nome a seconda di chi le lancia.













