A sinistra sta prendendo piede l’idea che per fermare i maranza, ossia le bande di giovani armati di coltello, bastino gli assistenti sociali. Ne ho avuto prova anche l’altra sera in tv, dove una giuliva Irene Tinagli, ex deputata montiana migrata nelle liste del Pd, spiegava che per evitare gli accoltellamenti nelle aule scolastiche non serve il modello securitario, ma sono necessari professionisti che operino per prevenire i conflitti e i disagi sociali. Il concetto che la mediazione di un terzo, estraneo alla famiglia e alla scuola ma anche alle forze dell’ordine, possa impedire che le bande giovanili si affrontino a colpi di machete è molto di sinistra e trae origine dalla convinzione che un bel dibattito e, magari, una successiva assemblea possano curare ogni cosa, anche i maranza. È il sociologismo applicato alla criminalità dove, alla fine, ogni colpa è riconducibile alla società brutta, sporca e cattiva. Non ci sono delinquenti, ma solo persone che non hanno avuto la possibilità di imboccare la retta via. Tutti nascono buoni, è la società, poi, che li fa diventare criminali. Dunque, per rimetterli in carreggiata servono gli assistenti sociali, ovvero il confronto. Del resto, non è lo stesso concetto per cui si vorrebbe introdurre l’educazione affettiva a scuola, per spiegare quali debbano essere i rapporti che regolano le relazioni uomo-donna e quanto sia sbagliata una società patriarcale, dove le faccende si risolvono a colpi di coltello?