Caro Direttore, il tragico accoltellamento di La Spezia ha acceso gli animi in materia di sicurezza. Divieti di vendita armi da taglio, divieto circolare con lame, metal detector all'ingresso delle scuole. Tante proposte condivisibili ma, a mio avviso, il male dovrebbe essere curato alla radice. Certi personaggi ben noti alle forze dell'ordine vanno messi nelle condizioni di non poter recare danno a nessuno e rieducati. Personaggi che devono essere puniti con la certezza della pena. La legge deve essere un deterrente per non delinquere

Celeste Balcon

Belluno

Caro lettore, ci sono due costanti in molti fatti di cronaca nera che occupano le pagine dei giornali e i notiziari tv degli ultimi tempi: la giovane, spesso giovanissima età dei protagonisti e la presenza di coltelli. Il recente assassinio di la Spezia, dove un 19enne ha ucciso, accoltellando, un coetaneo per un futile motivo («Si scambiava foto con la mia ragazza», si è giustificato) è solo l'ultimo di una lunghissima serie. Soprattutto nei centri maggiori negli ultimi anni si è registrata un'impennata di episodi criminali che vedono coinvolti ragazzi con meno di 20 anni, in molti casi minorenni. I reati commessi da minori sono cresciuti vertiginosamente soprattutto nelle grandi città: solo nel 2024 a Milano l'aumento è stato del 48%, a Bologna del 42% fino al dato record di Genova: più 54%. E molti di questi piccoli malviventi avevano un coltello in tasca e non si sono fatti scrupolo ad usarlo. Qualcuno è giunto a parlare di "Generazione lame" per identificare questo mondo di violenti e aggressivi giovanissimi, per i quali il coltello in tasca è diventato una moda e un feroce status symbol. Un fenomeno che non è facile indagare e che si intreccia con quello delle baby gang. È però evidente che siamo di fronte a ragazzi analfabeti dal punto di vista emotivo e sentimentale. Adolescenti che non riconoscono le proprie emozioni né quelle degli altri ed agiscono con brutale aggressività, senza avere cognizione del male e senza neppure nutrire sensi di colpa. Sono ossessionati dalla propria immagine: basta nulla, uno sguardo un messaggio sui social, per scatenare una violenza atroce. In cui il coltello diventa lo strumento tribale attraverso cui si afferma la propria superiorità. Naturalmente queste non possono essere considerate giustificazioni né attenuanti di comportamenti criminali. Sono la fotografia drammatica di una realtà. Che va affrontata certamente introducendo norme più restrittive sull'uso di lame e coltelli e mettendo in campo tutta la severità legislativa che serve. Ma l'analfabetismo si combatte insegnando la grammatica delle relazioni e delle emozioni. E questo non può farlo il codice penale. È compito, innanzitutto, delle famiglie. Che, anche per questo, devono essere considerate responsabili dei comportamenti dei loro figli, soprattutto se minorenni.