Le proteste a Bologna e in Val di Susa
Pasquale Ferraro
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C’erano una volta “i compagni che sbagliano”, definiti così dalla nomenclatura del Partito Comunista che ne prendeva le distanze, esorcizzandone le azioni senza minarne il dogma di fondo, quello comunista. Del resto, come ebbe a scrivere una donna di sinistra come Rossana Rossanda, «sembra di sfogliare l’album di famiglia». Eppure, se allora si preferiva evidenziarne il carattere “eretico” rispetto all’ortodossia del “partito”, oggi si sceglie di tacere dinanzi all’emergere della violenza di gruppi sempre più estremi e radicalizzati. Lo abbiamo visto con i movimenti pro-Pal, vero e proprio esperimento di alleanza tra la sinistra radicale e le giovani leve dell’estremismo islamico nostrano che, con la scusa della causa palestinese, ha mosso i suoi primi significativi passi in mezzo a noi — non come elemento esterno che agisce e colpisce, ma come attore presente e operante attivamente nella nostra società.
In meno di ventiquattr’ore la sinistra è andata in cortocircuito. Prima con l’assalto terroristico ai cantieri No TAV in Val di Susa, a cui hanno preso parte non solo i soliti Black Bloc, ma gruppi provenienti da Askatasuna e da altre realtà organizzate dei soliti centri sociali: tutte realtà che godono di protezione e alibi da parte della sinistra radicale, la quale non riesce a condannarne fino in fondo le azioni sovversive. Quello andato in scena ai cantieri della TAV è stato un atto di puro e semplice terrorismo. Lanciare molotov e bombe carta non è un gioco e non può essere marginalizzato a semplice protesta. In pochi giorni centinaia di operatori di pubblica sicurezza, tra carabinieri e agenti di polizia, sono stati feriti, mentre la sinistra continua a mantenere un comportamento ambiguo e politicamente suicida.








