I quarant’anni di 17 Re non potevano essere celebrati con un concerto nostalgico. Alla Rendano Arena di Cosenza, per la tappa del tour organizzata da L’Altro Teatro, i Litfiba hanno trasformato il compleanno di uno dei dischi più importanti del rock italiano in uno spettacolo che ha alternato memoria, provocazione e attualità. Il tour ripropone integralmente l’album del 1986, arricchito dai grandi classici della band.
Nel bene o nel male, i Litfiba restano una rarità nel panorama musicale italiano: una band che continua a rischiare, a esporsi e a mettere le proprie idee al centro dello spettacolo. Si può condividere o contestare ogni parola di Pelù, ma è difficile uscire da un loro concerto avendo assistito soltanto a una sequenza di canzoni. A Cosenza è andato in scena molto di più: un concerto, un manifesto e, soprattutto, una dimostrazione che il rock, quando vuole, sa ancora far discutere.
Oltre due ore di musica e denuncia
Per oltre due ore e mezza Piero Pelù non si è limitato a cantare: ha parlato, provocato, ironizzato, dividendo il concerto in due binari paralleli; da una parte la musica, dall’altra un monologo politico e sociale. Nel mirino sono finiti la guerra, il riarmo, Israele e la tragedia di Gaza, definita senza mezzi termini un genocidio; poi Donald Trump, il ministro Guido Crosetto, accusato di favorire la vendita di armi, il costo della vita, il caro carburanti, il razzismo, il suprematismo bianco e il maschilismo, che Pelù ha fatto risalire anche alla tradizione religiosa patriarcale, contrapponendola alle divinità femminili del mondo greco-romano. Non sono mancati riferimenti storici a Sandro Pertini, salutato come simbolo dell’antifascismo, né stoccate a Giovanni Paolo II per il suo atteggiamento durante la dittatura cilena e i drammi vissuti da tanti argentini durante la dittatura, tra cui tanti emigrati calabresi.














