Il ceto medio non è soltanto una fascia di reddito. È una forma della speranza occidentale: l’idea che il lavoro consenta una vita dignitosa, che il risparmio conduca alla casa, che l’istruzione allarghi le possibilità dei figli e che il tempo, procedendo, migliori almeno un po’ la condizione di ciascuno. Per decenni le democrazie liberali si sono rette su questa promessa implicita. Oggi la loro crisi comincia proprio nel punto in cui quella promessa continua a essere pronunciata, ma sempre meno persone riescono a riconoscervi la propria esperienza.
La società centrale dell’Occidente non è precipitata in una povertà uniforme. È accaduto qualcosa di più sottile e politicamente più destabilizzante: il benessere è diventato fragile, revocabile, continuamente esposto a una spesa imprevista, a un contratto che termina, a un mutuo che cresce, a un servizio pubblico che non risponde. Si può conservare un reddito discreto e sentirsi ugualmente in discesa. La crisi di status precede spesso quella materiale: nasce quando il tenore di vita sopravvive, ma scompare la certezza di poterlo trasmettere.
La traiettoria ha radici più lontane della fiammata inflazionistica recente. Trent’anni fa, sommati insieme, i redditi del ceto medio valevano quattro volte quelli dei nuclei più ricchi; alla metà dello scorso decennio il rapporto era sceso sotto tre. Ma è il 2008 a imprimere a questa erosione un’accelerazione e soprattutto ne cambia il significato politico. La crisi finanziaria ha trasformato una lenta retrocessione sociale in una promessa tradita. Negli Stati Uniti, laboratorio estremo della trasformazione occidentale, la riduzione della quota delle classi medie sul reddito complessivo delle famiglie è scesa dal 62 per cento del 1970 al 43 per cento del 2022, mentre quella dei ceti superiori saliva dal 29 al 48 per cento.






