Colpito dal fisco, escluso dal welfare, ignorato nei riconoscimenti. Eppure, è un ceto medio che resiste: investe nei figli, tiene in piedi famiglie e territori con una generosità silenziosa. «Ma quanto può sopportare ancora?». È la domanda, e al tempo stesso il grido d’allarme, lanciato da Stefano Cuzzilla, commentando il secondo rapporto Cida-Censis «Rilanciare l’Italia dal ceto medio. Riconoscere competenze e merito, ripensare fisco e welfare», commissionato da Cida, la Confederazione italiana dei dirigenti e delle alte professionalità, e presentato oggi, 22 maggio, durante un convegno alla Camera.
Il paradosso del ceto medio
Senza girarci troppo intorno il ceto medio vive un paradosso insostenibile: «È il punto di tenuta del Paese. È troppo ricco per ricevere aiuti, troppo povero per costruire futuro», ha aggiunto Cuzzilla, appena confermato alla guida della Cida. Due italiani su tre si sentono ceto medio, ma più della metà teme che i propri figli staranno peggio. Più di otto su dieci non vedono riconosciuto il valore delle proprie competenze nel reddito. E oltre il 70% chiede meno tasse sui redditi lordi.
Identità culturale forte, ma senza ritorno economico
La contraddizione centrale che emerge dal rapporto è questa: il ceto medio italiano non si definisce attraverso il reddito, ma attraverso l’identità culturale. Il 66% degli italiani si riconosce nel ceto medio, e per oltre il 90% ciò che conta davvero è il sapere, il livello di istruzione, le competenze acquisite. Ma questi valori non trovano più riscontro nella realtà economica. L’82% degli italiani che si autodefinisce di ceto medio denuncia che il merito non viene riconosciuto, che il capitale culturale non si traduce in una giusta retribuzione. È qui che si apre una frattura decisiva: tra capitale umano e capitale economico. E quando il riconoscimento non arriva, il motore si spegne: ciò che era spinta verso l’alto diventa semplice sopravvivenza.






