«Chi sceglie la violenza adotta metodi parafascisti. E così si pone fuori dalla Costituzione». Giancarlo Caselli, 87 anni, ha guidato la Procura di Torino dal 2008 al 2013, negli anni più difficili dello scontro attorno al cantiere dell’Alta Velocità in Val di Susa. Da procuratore capo seguì le principali inchieste sui sabotaggi e sugli episodi di violenza legati alla galassia No Tav. A poche ore dagli scontri di Chiomonte e dal messaggio di solidarietà del presidente della Repubblica Sergio Mattarella agli agenti feriti, traccia ancora una volta un confine netto tra il diritto al dissenso e la violenza.
A Chiomonte si è tornati a vedere bombe carta, incendi e scontri fra manifestanti e forze dell’ordine. Sembra di rivivere gli anni più difficili della Val di Susa... «Parto da una premessa che considero indispensabile. Se si facesse un referendum tra i valsusini, i No Tav più o meno radicali sarebbero una percentuale irrisoria. I valsusini sono persone perbene e questi metodi non appartengono alla loro cultura. La violenza non nasce dalla valle. Arriva soprattutto da gruppi esterni che ogni anno trovano in Val di Susa un’occasione di scontro, alimentando la tensione. Anche la cattiva gestione di manifestazioni come il Festival dell’Alta Felicità finiscono per offrire un contesto nel quale queste frange cercano lo scontro». Il sindaco di Torino Stefano Lo Russo ha condannato le violenze, ribadendo però che il diritto a manifestare va sempre tutelato. Dov’è il confine? «Il diritto di manifestare è un principio democratico sacrosanto e va tutelato. Ma quando si ricorre alla violenza non si esercita più un diritto costituzionale: si esce dal perimetro della Costituzione. La democrazia non può convivere con questi metodi». Lei ha sempre sostenuto che il problema non fosse il dissenso ma la violenza. Ritiene che una parte del movimento No Tav non abbia mai preso davvero le distanze dalle frange più radicali? «Se devo essere sincero, una presa di distanza netta e senza ambiguità non l’ho mai vista. Non mi riferisco a dichiarazioni di circostanza, ma a una condanna chiara e continuativa. Quando questa manca, resta inevitabilmente spazio per una indulgenza nei confronti di chi sceglie la violenza».












