Bologna, 25 luglio 2026 – Parlare di Fakir significa parlare di una persona e non solo di un fatto. Fakir è più di un fermo immagine, è più di un urlo coperto di pixel, è più di quell’utimo terribile sussulto e poi il silenzio. Silenzio e necessità di risposte che il sangue sull’asfalto domanda. Occorre prima di tutto ragionare di disagio psicologico e del fallimento del sistema, della sua atrofizzata reattività, della solitudine delle famiglie e dei singoli, della fatica della rete sanitario-sociale-sicurtaria, delle sue croniche carenze organiche e strutturali, anche in una delle regioni più avanzate d’Europa, figuriamoci nel resto dello Stivale. Nuovo video dopo la morte di Abderrahim Fakir

Lo testimonia la trafila ospedaliera dell’uomo, morto dopo un tragico intervento di polizia cristallizzato per sempre nelle telecamere di telefonini e agenti, con quei video che ci hanno raggelato e hanno fatto il giro del mondo. Lo testimoniano le tracce a singulto lasciate da Fakir nei servizi sanitari: una sindone.

Significa dolorosamente, prima di condannare o sbraitare, accettare le nostre fragilità e quelle di un Paese che non riesce dunque a intercettare le esigenze delle persone in difficoltà e le delega, per mille motivi di cui molti da censurare, a chi una preparazione scientifica non l’ha. Servono strumenti per incrociare il disagio e non lasciare i servizi di salute mentale o le forze dell’ordine da soli. Questo perché la società cambia e con essa le urgenze.