C’è uno striscione in via Svevo nel quartiere Pilastro: «Lo Stato uccide. Verità e giustizia per Fakir». Un ragazzo corre sotto il sole. Alla fermata del pullman, il signore Ettore De Luca, 57 anni, dice: «È tremendo quello che è successo. Conoscevo Fakir. Lo incrociavamo spesso da queste parti. Andava a mangiare alla Caritas. Si vedeva lontano un miglio che era una persona sofferente. Aveva lo sguardo sperso, ma non era cattivo. Tutti abbiamo sbagliato qualcosa in questa storia. Non doveva finire così».

Bologna è una città ferita. Il sindaco Matteo Lepore è sotto scorta. Dodici ragazzi dei centri sociali sono indagati per la guerriglia del 20 luglio. Quel corteo che doveva essere in solidarietà con i famigliari di Abderrahim Fakir, morto in diretta mentre era sottoposto a un fermo di polizia, si è trasformato in un disastro. Sessanta agenti feriti. Insulti e minacce al primo cittadino, in arrivo persino dagli Stati Uniti in rappresentanza del mondo «Maga». Da allora si stanno moltiplicando gli appelli affinché la giornata di domani, in ricordo delle vittime della strage alla stazione di Bologna, sia quello che è sempre stata: una giornata di memoria e di preghiera civile. «Con una grande partecipazione pacifica e solidale, con un sostegno sentito e compatto al fianco di chi chiede verità e giustizia sulle responsabilità della strage», dice il presidente dell’associazione dei famigliari delle vittime Paolo Lambertini. Eccole di nuovo, quindi, quelle due parole: verità e giustizia. Si incrociano in due storie lontanissime fra loro, ma con in comune la stessa città. «Se succede qualcosa, a Bologna si va in piazza. Da noi si fa così. Questa città si è sempre ritrovata in piazza. Per partecipare, per discutere, per stare insieme», dice Lambertini. «Io non vedo errori da parte del sindaco. Ma adesso dobbiamo abbassare i toni, per evitare qualsiasi polemica. Anche solo dei fischi, alla fine, farebbero parlare soltanto di quello. Sappiamo come funzionano queste cose. Qualsiasi forma di violenza offrirebbe una sponda alle strumentalizzazioni».