L'AI memorizza tutte le informazioni, personali, lavorative e cliniche, ma si sbilancia anche nelle deduzioni. Ecco quanto è preciso e accurato.

L’avvento di strumenti come ChatGpt, Gemini o Claude, ha profondamente trasformato la navigazione. Se fino a poco tempo fa la ricerca di informazioni si basava su una parola chiave su un motore di ricerca come Google, i chatbot hanno ora la capacità di apprendere ed esporre (non senza errori) lo scibile umano, attingendo ai propri dati - quelli con cui sono stati allenati - oppure cercando le risposte online. Ma un’altra fonte di conoscenza arriva dall’utilizzo dell'AI dello stesso utente. I modelli di intelligenza artificiale, con il tempo, hanno visto l’integrazione di funzioni come la memoria, poi estesa e migliorata, che consente al chatbot di «ricordare» le preferenze, le richieste, le aspettative e i tratti personali di chi la utilizza, così da poter fornire risposte sempre più su misura dell’utente che interagisce con un determinato account. Ma quanto e cosa sanno i chatbot dei rispettivi utenti?

C'era una voltaLa domanda arriva dal New York Times. Una volta c’era Google Ads Settings, una pagina che riportava tutti gli interessi personali dedotti da Google in base all’utilizzo dell’utente. Big G mostrava una pagina in cui erano elencati tutti gli interessi, di intrattenimento o lavorativi, la fascia d’età, lo stato di famiglia, persino se ci si trovava all'interno di una relazione oppure no. Dettagli utili per la personalizzazione degli annunci pubblicitari. Con l'AI la situazione evolve ulteriormente, perché la facoltà «generativa» di questi modelli permette non solo di registrare informazioni ma anche di prevederne altre non direttamente condivise.