Vi siete mai chiesti quanti vostri dati colleziona ChatGPT? C’è chi lo usa come un assistente in ambito lavorativo, chi come una sorta di “amico virtuale” e chi addirittura gli affida il compito di dare supporto psicologico. Quale che sia l’uso che facciamo di ChatGPT, una cosa è certa: ogni volta che avviamo una conversazione, finiamo inevitabilmente per fornire al chatbot molte informazioni personali, alcune delle quali decisamente sensibili.Col tempo è fin troppo facile perdere la percezione di quanto abbiamo scritto nelle chat con il nostro algoritmo preferito e la sensazione che quei dati possano essere utilizzati o visualizzati da qualcun altro rischia di trasformarsi in un senso di inquietudine piuttosto fastidioso. Ma come possiamo controllare quante e quali informazioni abbiamo condiviso con ChatGPT?In Europa, uno strumento per avere contezza di tutto questo esiste. È il Regolamento generale di protezione dei dati personali (Gdpr), che all’articolo 15 prevede la possibilità di effettuare una richiesta che permette di ottenere dalle aziende che raccolgono informazioni su di noi contezza dei dati trattati e sulle modalità con cui questi vengono gestiti. Per capire quanto sia efficace questo strumento abbiamo provato a richiedere l’accesso ai dati ai sensi del Gdpr a OpenAI. Obiettivo: sapere quali sono i dati che vengono registrati e come vengono trattati.La richiesta di accesso ai dati e la prima rispostaA sollecitare Wired a questa prova è stato un nostro lettore, Luca Oleastri, che nei mesi scorsi ci ha raccontato le sue difficoltà a ricevere da OpenAI (e da altre società digitali) i dati richiesti sulla scia dell'articolo 15 del Gdpr, tanto da aver inviato al Garante della privacy una segnalazione ufficiale. Abbiamo quindi raccolto la sua segnalazione e provato a fare a nostra volta domanda delle informazioni detenute dalla più famosa società di AI del momento. Per richiedere l’accesso ai dati ai sensi del regolamento europeo c’è un contatto dedicato che fa riferimento all’indirizzo di posta elettronica dsar@openai.com. Abbiamo redatto la richiesta con l’aiuto dell’avvocato Diego Dimalta dello studio BSD Legal, specializzato nel settore privacy.“Nella richiesta è indispensabile indicare i dati dell’interessato e tutte le informazioni che si vogliono richiedere all’azienda” spiega Dimalta. “Le tempistiche per la risposta hanno termini precisi: 30 giorni per una prima risposta, oltre ulteriori 60 giorni al massimo per fornire tutte le informazioni richieste nel caso in cui si tratti di una richiesta particolarmente complessa”.Dopo aver invito la richiesta, il 27 ottobre, la risposta è decisamente tempestiva. Ed è arrivata in due giorni, il 29. Si tratta però di un testo predefinito, inviato in automatico dai server di OpenAI. Nell’email, l’azienda sbriga tutti gli adempimenti relativi alla richiesta agli atti ai sensi del Gdpr in maniera piuttosto laconica, con una manciata di parole e due semplici link. Il primo punta a un articolo sul sito web che contiene le istruzioni per scaricare i dati e opporsi all’addestramento dell’AI. Il secondo, rimanda alla pagina di OpenAI relativa alla privacy.La pagina web di OpenAI che consente di chiedere l'accesso ai dati