Le attività più comuni sono la richiesta di spiegazioni, la generazione di immagini e la scrittura di email. Ma c'è anche chi li usa per fact checking e consigli medici (soprattutto tra gli utenti più anziani)

Cosa fanno gli italiani e le italiane con ChatGpt, Claude, Gemini & co? Chiedono spiegazioni, delegano la scrittura di mail, cercano informazioni. A volte, generano immagini o si fanno aiutare con il linguaggio di programmazione. E, in alcuni casi, chiedono consigli su questioni personali e persino mediche. Tutti utilizzi di cui si parla da tempo, ma che ora, grazie a uno studio promosso dalla rete di ricercatrici e ricercatori italiani RiTA, è possibile quantificare - e contestualizzare - come mai prima.

Genere, età, conoscenza pregressa dell’AI, frequenza d’uso: grazie a questa ricerca - basata su un campione di quasi 2 mila partecipanti, coinvolti anche attraverso un articolo pubblicato proprio da Corriere LogIn - sappiamo questo e molto altro di chi usa i chatbot alimentati dall’intelligenza artificiale generativa (GenAI). Il risultato è una mappa capace di portare alla luce questioni spinose. Come il fatto che a chiedere consigli di natura medica a ChatGpt & co siano soprattutto gli utenti meno attrezzati a valutare criticamente i risultati. Oppure che le donne sono più restie degli uomini a buttarsi nell’usare questi strumenti. Dati - concreti - che impongono una serie di riflessioni. Soprattutto - per citare il paper di ricerca - su «chi è in lizza per beneficiare dei chatbot genAI» e chi no. «Chi ha avuto possibilità di formarsi rispetto all’AI generativa ne fa un uso più strumentale, che produce valore aggiunto», spiega la ricercatrice della Fondazione Bruno Kessler Beatrice Savoldi, tra le promotrici dello studio. «Chi non l’ha avuta, invece, se ne serve per lo più per attività passive, per puro intrattenimento o per cercare informazioni». Con conseguenze potenzialmente enormi, in termini di rischi, ma soprattutto di opportunità perse.