Nessuna grande rivoluzione, ma piccoli (grandi) cambiamenti che fanno la differenza e semplificano la vita. Forse il miglior punto di vista da cui partire, per capire come usare in modo proficuo l’intelligenza artificiale generativa nella quotidianità, è quello di colui che ha creato il chatbot più utilizzato al mondo. Per Sam Altman, il padre di ChatGpt, la sua più grande utilità in una giornata tipo è per «le cose noiose». Aveva fatto anche qualche esempio, lo scorso febbraio, in un podcast ospite dello psicologo americano Adam Grant: «Lo uso per aiutarmi a processare le mail, per riassumere un documento». Banalità, forse, ma che al momento sono faccende che occupano gran parte delle nostre ore lavorative (e anche quelle di Altman, a quanto pare).

Più in generale, le conversazioni che intratteniamo con l’AI generativa stanno cambiando. Se fino al 2024 i chabot erano considerati strumenti più che altro creativi, con cui scherzare e da cui farsi ispirare per nuove idee e nuovi interessi, negli ultimi mesi le abitudini stanno virando verso altre attività. Organizzano, riassumono, pianificano: la sfera dell’intrattenimento c’è, ma diventa secondaria.

ChatGpt, Gemini, Claude, Copilot e gli altri si stanno trasformando in co-piloti della nostra vita. Professionale e personale. Lo confermano le conclusioni di una ricerca dell’Harvard Business Review che, dopo aver setacciato forum online, articoli e risposte nei sondaggi, ha stilato una classifica dei casi d’uso più popolari dei chatbot. Se la prima posizione, nel 2025, è occupata da “terapia/compagnia” — su questo ci torneremo più avanti — i successivi sono riservati a compiti gestionali: “organizzare la vita”, “trovare scopi”, “migliorare l’apprendimento”, anche “programmare codice” per chi ha dimestichezza con l’informatica. La generazione di nuove idee, l’utilizzo più diffuso lo scorso anno, ora è solo in sesta posizione, seguito da “divertimento” e “creatività”.