Allenare la Nazionale di calcio oggi è la cosa più semplice e più difficile che ci sia fra i posti di lavori appetibili nel mondo del calcio, e forse lo immaginava anche Pep Guardiola, fresco di rifiuto alla proposta di diventare nuovo CT. L’Italia salta i Mondiali da tre edizioni consecutive ed è una squadra di medio livello in qualsiasi contesto, capace di perdere contro tutte le prime 100 squadre del ranking FIFA.

Quello italiano inoltre è un movimento in caduta libera, con l’espressione principale, la Nazionale appunto, disastrata, e la principale lega nazionale se possibile messa ancora peggio. La Serie A non ha alcuna identità, non è la lega dove ci sono nuove idee tattiche (anzi, adoriamo chi guarda al passato), non è la lega dove si coltivano giovani interessanti, non è la lega dei campioni (senza la forza economica degli anni ‘80 e ‘90 questo treno è passato da un pezzo), non è la lega delle novità. Insomma, guardare una partita di Serie A, se non sei direttamente coinvolto grazie alla fede calcistica (ormai il tifo di media intensità non basta più, se sei solo tifoso, va a finire che guardi il tennis o giochi alla play), non è quasi più sostenibile. Una situazione del genere è meravigliosa per chi vuole azzerare tutto e costruire ogni cosa dal nulla, un posto di lavoro perfetto (se molto ben pagato, s’intende, stiamo parlando di uno che dovrebbe ricostruire un movimento multimilionario) per chi ha energie e visioni. E allora perché fra i tanti nomi fatti in queste settimane, fra i tanti prospetti che Paolo Maldini e Leonardo, altre due sicurezze su cui basarsi per fare bene il proprio lavoro, hanno contattato, tutti hanno rifiutato? Perché se è vero tutto quello detto all’inizio è anche vero che essere il CT della Nazionale italiana oggi è al limite del possibile.