Tra commissioni storiche, brevi parentesi e il ‘caso’ Herrera, la panchina dell’Italia resta un fortino quasi inaccessibile per i tecnici esteri. Dai fallimenti fino al sogno Guardiola: la storia della Nazionale racconta di un tabù che dura da sei decenni.
Il sogno Pep Guardiola è sempre vivo nelle menti di tanti tifosi e appassionati di calcio italiani. Ma vedere un tecnico straniero sulla panchina della Nazionale Italiana è un’eventualità rarissima, quasi un’anomalia storica. Più che una consuetudine, la presenza di commissari tecnici provenienti dall'estero somiglia a una caccia al tesoro tra le pieghe del nostro calcio, tra parentesi brevi, ruoli condivisi e figure operative più dietro le quinte che in prima linea.
La storia della guida tecnica dell'Italia si può dividere in tre grandi epoche: la stagione pionieristica delle commissioni tecniche, la fase dei selezionatori cresciuti dentro il sistema federale e, infine, la svolta "moderna" inaugurata da Arrigo Sacchi, con l'ingaggio di allenatori affermati al timone dei club. In questo lungo percorso, gli innesti esteri si contano davvero sulle dita di una mano. Gli albori: inglesi e svizzeri nelle Commissioni Tecniche Per rintracciare i primi volti stranieri bisogna tornare agli albori del Novecento, quando la Nazionale si affidava a organi collegiali. Tra il marzo del 1912 e il giugno del 1913, l'inglese Harry Goodley fece parte di due diverse commissioni: prima al fianco di Umberto Meazza in veste di allenatore, poi in coppia con il connazionale William Garbutt. Il bilancio fu amaro, con appena due vittorie (su Svezia e Belgio) e ben sei sconfitte raccolte contro Francia, Austria e Finlandia.












