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Beppe Severgnini

Sappiamo come non deve essere il ct di una Italia vincente: non troppo empatico, non troppo esperto, non sergente né amico, non troppo anziano né troppo giovane. Guardiola, allora, che facciamo?

L’allenatore della Nazionale è un papà, una mamma, un parente stretto, uno psicoterapeuta, un insegnante, un bidello gentile. Non è un mestiere facile, quello del Commissario Tecnico. Alleni ragazzi di cui sai tutto, perché li hai visti giocare allo stadio o in televisione. Ma li conosci poco, salvo eccezioni. Quando arrivano in azzurro, rischiano di essere distratti: da uno scudetto, da una sconfitta, da un trasferimento. Sei un motivatore intermittente: quando stai per conquistarli, il loro giovane cuore si sposta altrove. Chi è adatto a questo ruolo? Forse più semplice rovesciare la domanda: chi non è adatto?

Non è adatto l’allenatore empatico, soprattutto se è un ex calciatore. Ama gli allenamenti, l’odore degli spogliatoi, i viaggi in pullman e il tepore familiare di una squadra. La Nazionale non offre tutto questo, non abbastanza. I club, diciamolo la verità, non sempre collaborano. Allenamenti e partite degli azzurri sono distanti fra loro, ogni volta occorre ricominciare, come il leggendario Sisifo (Malagò, Abete, non offritegli un contratto: è solo un mito greco).