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Stefano Vicari

Dopo l'approvazione del disegno di legge «anti-maranza», con nuove misure per i giovani dai 14 e i 18 anni, parla il neuropsichiatra del Bambino Gesù: «Se vogliamo ridurre la violenza, prevenire la recidiva e proteggere la collettività, la repressione non basta»

Un ragazzo che aggredisce, rapina o compie un atto di grave violenza deve rispondere delle proprie azioni. Essere minorenni non significa essere autorizzati a fare del male o poter contare sull’impunità. Educare vuol dire anche insegnare che esistono limiti, che ogni comportamento produce conseguenze e che il danno arrecato agli altri non può essere ignorato.Ma punire un ragazzo ha senso soltanto se, insieme alla sanzione, siamo disposti a intervenire sulle condizioni nelle quali quel comportamento è maturato e a fornirgli gli strumenti necessari perché non si ripeta.

Quale risultato vogliamo ottenere Il disegno di legge approvato recentemente dal Consiglio dei ministri modifica il punto di partenza nella valutazione dei ragazzi tra i quattordici e i diciotto anni. La capacità di intendere e di volere verrebbe presunta, salvo prova contraria. Resterebbe possibile riconoscere un’immaturità o una compromissione del percorso evolutivo, ma sarebbe necessario dimostrarla caso per caso. La questione, tuttavia, non può ridursi alla domanda se sia giusto punire. Occorre chiedersi quale risultato vogliamo ottenere. Se la pena serve soltanto a rispondere all’allarme sociale, può apparire efficace nell’immediato. Se vogliamo ridurre la violenza, prevenire la recidiva e proteggere davvero la collettività, la repressione da sola non basta.Spiegare non significa giustificare. La marginalità sociale, l’abbandono scolastico, la povertà educativa, l’assenza di adulti affidabili, il consumo di sostanze e l’appartenenza a gruppi devianti non cancellano la responsabilità individuale. Ignorare questi fattori significa però rinunciare a intervenire sulle condizioni che possono favorire la violenza.