Pubblicato il: 25/07/2026 – 6:55

di Giorgio Curcio

Un aereo rimasto piantato nel fango, con un’ala danneggiata e 548,6 chili di cocaina appena caricati nella stiva. La pista è poco più di una striscia di terra ricavata nella vegetazione della Papua Nuova Guinea. Quel Cessna avrebbe dovuto riprendere quota, raggiungere l’Australia eludendo i radar e consegnare un carico capace di produrre profitti smisurati. Ma non riuscirà neppure a superare gli alberi alla fine della pista. «È il punto in cui la vostra avidità smisurata si è scontrata con la seconda legge di Newton». Lo scrive il giudice John Kelly nelle motivazioni della sentenza pronunciata il 16 luglio dalla County Court of Victoria. È forse la fotografia più efficace della fine del “black flight”, il volo clandestino organizzato per trasportare oltre mezza tonnellata di cocaina dalla Papua Nuova Guinea all’Australia. Il procedimento ha ricostruito un’operazione internazionale preparata per quasi due anni, attraverso l’acquisto e la modifica di un aereo, false identità, telefoni criptati, depositi di denaro frazionati e una rete logistica estesa tra Melbourne, il Queensland e la Papua Nuova Guinea. Sullo sfondo rimane anche l’interrogativo sui capitali e sulle relazioni criminali che avrebbero sostenuto il piano: l’uomo indicato dal tribunale come uno dei finanziatori è infatti sposato con una donna appartenente a una famiglia legata agli ambienti della ’ndrangheta di Melbourne. Un elemento che non dimostra il coinvolgimento diretto della criminalità organizzata calabrese nel carico, mai accertato nel procedimento, ma che apre una domanda sulla rete collocata alle spalle di un’operazione tanto costosa e complessa.