Pubblicato il: 15/07/2026 – 18:15

di Giorgio Curcio

TORINO L’ingresso sicuro nel porto di Malaga, vestiti di nero e nascosti dentro un camion con 18 borse già pronte per caricare ben 440 chili di cocaina. Il container, arrivato dal Brasile, e la squadra incaricata del recupero sembrava avere pianificato ogni dettaglio, ma non aveva tenuto conto di un dettaglio cruciale. Già perché a mandare all’aria l’operazione imponente del recupero di quasi mezza tonnellata di droga sarebbe stato un ostacolo quasi banale: la “latta”, come veniva chiamato il container nelle conversazioni criptate, collocata al quinto livello della nave, con il gruppo che non disponeva di un muletto capace di raggiungerla.

Le motivazioni di “Samba”

«Se era già solo al quarto piano era fatta», avrebbe commentato in seguito Christian Sambati. La nave ripartì verso Livorno e il carico andò perduto. Per Vincenzo Pasquino, che aveva garantito la riuscita dell’operazione, arrivò allora la convocazione più temuta: presentarsi a San Paolo davanti agli uomini del Primeiro Comando da Capital e rendere conto del fallimento. In Brasile, spiegherà poi il collaboratore, «si dice che ti chiamano all’Idea. In Italia diciamo che ti chiamano al Tavolino». È uno degli episodi più significativi ricostruiti nelle motivazioni della sentenza del rito abbreviato dell’operazione “Samba”, depositate dal gup di Torino Giovanna Di Maria. Per quella transazione internazionale il giudice ha ritenuto provata la responsabilità di Pasquino e Sambati, condannati complessivamente rispettivamente a 10 e 12 anni di reclusione. Francesco Barbaro, condannato a 18 anni per il reato associativo, è stato invece assolto dallo specifico capo relativo ai 440 chili per non aver commesso il fatto.