HomeRavennaCronacaIl suicidio assistito è legge. Ghizzoni: "Si aiutino i più deboli"L’intervento dell’arcivescovo, che chiede che "si tenga conto delle reali necessità dei cittadini"L’arcivescovo Ghizzoni al convegnoRicevi le notizie de il Resto del Carlino su GoogleSeguiciVedendo come Gesù trattava le persone che lo avvicinavano, come le rispettava e se ne faceva carico, noi cristiani riteniamo che ogni essere umano possieda una dignità intrinseca, non alienabile, non misurabile. (...) Ogni tentativo di ridurre l’uomo a semplice individuo misurabile secondo criteri di efficienza o autonomia assoluta, è ingiusto e contrario al Vangelo. Noi crediamo che la vita non sia un diritto soggettivo manipolabile, indipendente dal rapporto con gli altri, ma che sia un dono ricevuto, da accogliere con gratitudine. (...) La vita di ciascuno, diversa da quella di tutti gli altri, ma bisognosa dei rapporti sociali, è un bene e un diritto primario, fondamento di ogni altro diritto, e pertanto non può essere soppressa, per ragioni economiche, politiche, ideologiche, nemmeno per ragioni di compassione.

Da questo deriva la contrarietà della Chiesa all’eutanasia e al suicidio: riteniamo che nessuna legge possa legittimare atti che sopprimono intenzionalmente una vita umana innocente. Anche quando sono motivate da pietà o dal desiderio di evitare il dolore, rappresentano una grave violazione della dignità umana e un fallimento di una società civile che ha il dovere della solidarietà. (...) Se diciamo un "sì" pieno e convinto alla cura, però non sosteniamo l’accanimento terapeutico. Anzi riteniamo che ci sia l’obbligo morale di escludere ogni intervento sproporzionato, per ritardare artificialmente la morte, senza benefici prevedibili per il paziente. Nell’imminenza di una morte inevitabile, dunque, è lecito in scienza e coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi. Ciò significa che non è lecito sospendere le cure efficaci per sostenere le funzioni fisiologiche essenziali, finché l’organismo è in grado di beneficiarne. (...) Nel caso specifico dell’accanimento terapeutico, va ribadito che la rinuncia a mezzi straordinari e/o sproporzionati non equivale al suicidio o all’eutanasia; esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte (...).