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Nei prossimi giorni Banco Bpm e Mps potrebbero trasformare in un progetto formale il dialogo avviato a maggio per costruire un nuovo polo bancario nazionale. L'operazione avrebbe una logica industriale, ma nasce soprattutto come contromossa all'opas da 30,6 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo su Siena. La scorsa settimana il cda di Mps ha respinto la valorizzazione proposta dal gruppo guidato da Carlo Messina, osservando che il premio è «inferiore al livello medio osservato in offerte pubbliche» nel settore bancario italiano e che una quota troppo ampia delle sinergie resterebbe all'offerente. Nello stesso documento Rocca Salimbeni ha lasciato aperta la porta a Banco Bpm, indicandolo come possibile alternativa capace di preservare l'integrità del gruppo e di riconoscere agli azionisti una parte maggiore del valore futuro.
Il calendario più plausibile porta alla prima settimana di agosto, quando i consigli delle due banche si riuniranno per approvare i risultati semestrali. Il 5 è in calendario il board del Banco, il giorno successivo quello di Mps. È in questa finestra che potrebbe essere annunciata una architettura abbastanza definita da diventare credibile per il mercato e, soprattutto, confrontabile con l'offerta di Intesa. Le ipotesi studiate dagli advisor sono due: una fusione societaria, con incorporazione di Mps in Banco Bpm oppure del Banco in Mps, o un'offerta pubblica concorrente promossa con maggiore probabilità da Piazza Meda. Non si tratta di varianti puramente tecniche: cambiano i tempi, il ruolo degli azionisti, il rischio di esecuzione e la possibilità di arrivare prima che l'operazione di Intesa produca effetti difficilmente reversibili.







