Il calcio italiano è a un bivio: dopo decenni in cui ha esportato maestri e difensori di culto, oggi cerca una guida capace di rifondare un movimento in affanno. La nuova Federazione, condotta da Giovanni Malagò dopo l’elezione con il 68,58% dei consensi, ha scelto di cambiare rotta, affrontando i “problemi strutturali” del sistema senza ricorrere a soluzioni cosmetiche.

Il progetto della governance, incarnato dal neodirettore tecnico Paolo Maldini con il supporto dell’advisor Leonardo, aveva un obiettivo ambizioso: Pep Guardiola, al quale a Barcellona era stato illustrato il “Progetto Italia”.

Di fronte al no del tecnico catalano, la corsa alla panchina azzurra ha preso velocità su una pista affascinante e altamente simbolica: Andrea Pirlo. Non un ripiego né un traghettatore, ma il perno di un ciclo lungo, proiettato con decisione verso i Mondiali del 2030.

Le indiscrezioni, in attesa della formalizzazione da parte della FIGC, convergono su un’intesa quadriennale. L’impegno economico fotografa l’architettura del piano: circa 1,5 milioni di euro a stagione, più bonus legati a obiettivi precisi, dalla qualificazione e dal superamento dei gironi agli Europei fino al pass per il 2030.

Prima degli annunci ufficiali, restano da definire alcuni aspetti burocratici, a cominciare dalla risoluzione del contratto che lega Pirlo allo United FC di Dubai, formazione condotta dall’ex regista alla promozione nella Pro League degli Emirati Arabi Uniti. Pur lontana dall’élite europea, questa parentesi all’estero testimonia la volontà dell’allenatore di misurarsi in contesti diversi e di crescere al riparo dalle pressioni domestiche.